Il mese di Febbraio

Il mese di febbraio, attribuito al Maestro Venceslao fa parte del Ciclo dei Mesi: ciclo di affreschi dai colori brillanti, figure dettagliate e accuratezza nella Torre dell’Aquila nel Castello del Buonconsiglio di Trento, datato alla fine del XIV secolo/inizio del XV, vista la presenza del Maestro a Trento dal 1397.

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Nel Quattrocento era consuetudine decorare le sale dei castelli, dei palazzi e delle residenze nobiliari con affreschi che raffiguravano scene di vita cortese e momenti di festa con banchetti e tornei. Si trattava di rappresentazioni del lusso, dell’eleganza e del buon gusto.

Nell’affresco dedicato al mese di febbraio si trova la rappresentazione di un torneo con due gruppi di cavalieri che si affrontano, intanto che i servitori partecipano alla vestizione dei cavalieri e raccolgono le lance spezzate, mentre le donne assistono alla sfida.
Durante i festeggiamenti organizzati a corte, infatti si poteva assistere ad un momento di autoesaltazione e di affermazione di ideali e valori ormai in declino nel resto della società con un torneo “a tema” tra gruppi di cavalieri, come in questo caso, o a due.
Via via che la cavalleria perdeva d’importanza, con l’inizio del Quattrocento, verso la fine del Trecento nel nord Italia, nacque il “torneo a tema”, nel quale i partecipanti scendevano in una lizza travestiti da personaggi dell’epica cavalleresca, in una cornice di ispirazione volutamente letteraria e fiabesca, dando vita anche ad un “combattimento a due”: il “pas d’armes” o “passo díarmi”. Diffuso in Italia nel Quattrocento il passo d’arme consisteva in una sfida lanciata da uno o più cavalieri, che s’impegnavano a “difendere” una località, ovvero un “passo”, contro chiunque volesse misurarsi con loro.
Coloro che “combattevano” in questi tornei cavallereschi, con il XV secolo esibivano armature lucenti con elementi decorativi per elmi (piume e stemmi) e per armature (trofei e sopravvesti), chi assisteva ostentava abiti ricchi ed eleganti in rappresentazione dell’appartenenza all’alto rango.

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L’opera fu eseguita con molta attenzione ai particolari che contraddistinguono il susseguirsi delle stagioni e, come si nota nell’affresco, alla descrizione delle vesti infatti l’abbigliamento offre la possibilità di riconoscere le particolari caratteristiche della moda del tempo: per i nobili, occupati in svaghi e tornei, gli abiti sono eleganti e colorati, mentre molto più semplici e pratici sono quelli dei servi, rappresentati durante il lavoro.

Si può vedere la minuziosità dei particolari dei ricami e delle maniche delle pellande invernali maschili e delle acconciature femminili.
La sopravveste più comune verso la fine del XIV secolo, era la Pellanda, dal termine di origine francese “Houppellande” cioè un’ampio soprabito fermato in vita da una cintura la cui lunghezza variava dal ginocchio fino ai piedi, con le maniche larghe e lunghe a volte affrappate o ristrette sul polso formando un’ampiezza sul braccio conosciuta anche come “manica a becco di pellicano”. Era aperta frontalmente e chiusa da una cintura in vita o da una serie di bottoni frontali dall’orlo del collo alto fino all’inguine. Questi accessori potevano essere di stoffa (ovvero noccioli, semi o chicchi ricoperti con la stessa stoffa) o di metallo in base alla richiesta di chi la commissionava.
La pellanda, essendo una sopravveste invernale, era confezionata con tessuti pesanti come il panno di lana oppure con velluto o seta solitamente foderata di pellicce selvatiche o domestiche.
Giovanni De’ Mussi, cronista piacentino del XIV/XV secolo e autore di un “Chronicon Placentinum”, definì la pellanda “longas et largas per totum usque in terram” riportandone anche il prezzo: tra i venti e i trenta fiorini d’oro. Il prezzo della sopravveste variava a seconda delle stoffe e pellicce usate per il confezionamento e dalla ricchezza delle decorazioni.

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In primo piano si notano le calze nere dell’uomo vicino al cavallo bianco; quando fino al XIV secolo le calze erano confezionate con stoffe di colori diversi, con la fine del secolo e i primi anni del XV secolo passarono di moda le calze bicolore per essere sostituite da calze monocolore generalmente nere, come nell’affresco, oppure colorate dello stesso colore. Le calze lunghe ed aderenti erano spesso di lana, lavorate ai ferri dalle donne in casa, talora anche suolate con la punta a volte lunghissima, imbottita di crine di cavallo per evitare che si piegasse sotto il piede, ma in Italia non si arrivò agli eccessi francesi; a tal proposito una legge suntuaria fiorentina del 1373 impose una tassa sulle calze e sulle calzature che eccedevano dalla punta del piede più della sedicesima parte di un braccio di pannolano della canna di calimala (circa 2 m); nel 1384 il limite venne portato a un dodicesimo di braccio, come si legge negli articoli dei documenti degli archivi toscani in “Storia del Costume in Italia” di R. L. Pisetzky.

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In secondo piano osservano la scena le donne, la caratteristica in vista è la differenza tra le acconciature, generalmente nel XIV secolo erano raccolti in retine, oltre che a ostentare ricchezza, queste servivano anche per motivi igienici, ma con l’arrivo del XV secolo le decorazioni non erano solo pregio per gli abiti, ma anche per il capo.
Le decorazioni più comuni erano le perle, seguite da pietre preziose, nastri di stoffa intrecciati insieme ai capelli arrotolati o meno e coroncine di fiori come si vede nell’affresco; per le ghirlande pochi e piccoli fiori, Francesco da Barberino, notaio e poeta italiano della prima metà del XIV secolo, consigliò “che non vi affastelli troppi fiori, e che tra questi scelga tra li più piccoletti”, come riporta Muzzarelli in “Guardaroba Medievale”. Il massimo dell’eleganza nelle acconciature era riportare tutti i capelli sulla parte alta del capo mostrando collo e fronte.
In svariate città le leggi suntuarie tentarono di limitare gli eccessi vietando le ghirlande di fiori di metalli preziosi e gli intrecci di perle; nel 1390 il senato Veneziano elencò tutte le pietre che venivano portate in capo: “balasi, saffiri, smeraldi, diamanti, rubini, topacii e perle”. Solo le donne nubili potevano portare i capelli sciolti sulle spalle, simbolo del fascino femminile più sfacciato, ritenuto da alcuni predicatori quasi diabolico, usato per attirare gli uomini appunto. Nel XIV secolo le acconciature sono codificate con metodo e precisione; intrecci girati attorno alla testa o su se stessi, perle, nastri, fiori, veli e copricapi erano sinonimo di femminilità ed eleganza. Nel saggio di Bartolomeo Cecchetti “La vita dei veneziani nel 300” si legge di donne con in capo “stroppoli” (ovvero eleganti intrecci di perle, strisce di metallo decorate con nastri di velluto e di seta) e veli bianchi di tessuto fine e sottile posati leggeri sul capo, lasciando vedere i capelli sulle tempie.
Bende e veli coprenti erano al contrario obbligatori per le vedove.

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