Il mese di Marzo 

La raffigurazione del mese di Marzo nei calendari medievali italiani si presentava spesso nelle forme allegoriche del suonatore di corno, conosciuto con il nome di Marcius cornator: una figura dai capelli spettinati e arruffati che soffiava in due corni, simbolo dei venti e dei temporali tipicamente primaverili.

Il Marcius cornator si mostrava con un aspetto demoniaco ed ostile trasmettendo la credenza medievale di Marzo come mese delle influenze maligne e lussuriose.

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L’iconografia del Marcius cornator si diffuse all’inizio del XII secolo: i primissimi esempi delle rappresentazioni marzoline si trovano nella chiesa di San Savino a Piacenza, edificio costruito su iniziativa del vescovo Sigifredo consacrato nel 1107, e nella basilica di San Michele Maggiore a Pavia, opera di stile romanico lombardo.

Marcius cornator alla chiesa di San Savino

Marcius cornator alla chiesa di San Savino

 

Marcius cornator alla basilica di San Michele Maggiore

Marcius cornator alla basilica di San Michele Maggiore

In entrambe le raffigurazioni l’abbigliamento è contraddistinto dall’utilizzo di tuniche lunghe all’altezza delle ginocchia; questo stile derivava dalla contaminazione stilistica degli abiti comuni utilizzati nell’Impero Romano.

La larga tunica era stretta in vita da una cintura, presentava un comodo spacco centrale che permetteva di camminare comodamente e un ampio scollo per agevolarne la vestibilità; generalmente era confezionata con fibra di lino, materiale resistente all’uso e al tempo. Questa veste era utilizzata da tutti i ceti sociali ed, a seconda dei quali, era più o meno elaborata.

Il Mese è rappresentato come un giovane suonatore di corno, a volte doppio; indossa la tunica lunga al ginocchio e mostra una folta chioma arruffata, che gli conferisce un aspetto a metà tra la natura umana e quella demoniaca. Elemento percettibile in ogni raffigurazione: il vento.

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In passato il mese di Marzo fu associato al dio della guerra Marte, rappresentando la sfera guerresca, tra il XII e il XIV secolo, l’aspetto selvaggio e a volte cupo o scontroso del personaggio si può ricondurre infatti a Marte, il dio della guerra a cui è dedicato il mese. Questo collegamento trova conferma nella miniatura tratta da un Salterio inglese in cui Marzo è raffigurato con una lancia in mano; successivamente il corno e i capelli spettinati diventarono un’allusione ai venti che caratterizzano il mese di marzo: il Marcius cornator simboleggiava così la stagione primaverile.

Miniatura tratta da un Saltiero inglese

Miniatura tratta da un Saltiero inglese

A partire dal XIV secolo il corno fu fermamente raddoppiato e l’iconografia si affermò con successo in tutto il Nord Italia; esempio di queste rappresentazioni si può trovare nella chiesa di Santa Maria, un edificio religioso romanico che si trova a ridosso del castello altomedievale di Mesocco, negli affreschi dedicati al Ciclo dei Mesi realizzati attorno al 1467.

Marcius cornator alla chiesa di Santa Maria

Marcius cornator alla chiesa di Santa Maria

Nel XV secolo le vesti comuni a tutti gli uomini erano gli indumenti intimi che erano caratterizzati da brache/mutande e camicia; per mutande, “mutandae vestes” ovvero vesti da cambiarsi, si intende un indumento di forma simile ai “calzoni”, corto, fatto di tela di lino facilmente lavabile, che si porta a contatto con la pelle per pulizia, igiene e pudore dovuto all’accorciarsi delle vesti maschili. Le brache erano diffuse con il nome di “pulende”, la verbo latino “pudere” (pudore) o “femoralia”, termine dovuto alla loro forma e lunghezza in quanto avvolgevano il femore, un indumento relativamente aderente adottato inizialmente dall’esercito, lunghe fino al ginocchio per comodità nei movimenti e dal XIV secolo diffuso in tutt’Italia ulteriormente accorciato. Nel corso del secolo alle brache si adattò una “braghetta”, una sorta di borsa posta sull’inguine fissata con lacci dello stesso tessuto, ma questa modifica risultò scandalosa per la spudoratezza di esagerare la forma dei genitali, mettendo quindi in evidenza ciò che si sarebbe dovuto nascondere.

Contemporaneamente a “pulende”, “femoralia”, si diffusero, soltanto per una ristretta cerchia di persone, mutande minimali conosciute con il termine di “sarabule” o “sarabulle” o in generale come “zarabulle” termine di origine longobarda per indicare “mutandoni” che nel XV secolo indicavano una sorta di “slip” da indossare sotto alle brache che circondavano il ventre.

L’altro indumento intimo era la camicia; confezionata maggiormente con tela di lino per lo più tessuta tra le mura domestiche infatti la realizzazione della camicia era affidata alle donne di casa. Si sceglieva di confezionarla in lino in quanto doveva essere resistente all’uso, ai lavaggi, al tempo e non doveva creare fastidi al contatto con la pelle. La camicia poteva essere indossata come unico indumento nelle classi povere, fermata in vita da una semplice cintura con un taglio frontale abbastanza lungo al girocollo per permetterne la vestibilità e solitamente, la stessa, era utilizzata anche come indumento da letto (camicia da notte).

La camicia maschile, o “interula”, oltre che di lino, era confezionata con il cotone; tramandato dai Romani proveniente da Malta e dall’India, nel medioevo occidentale iniziò la sua lavorazione nel XII secolo con centro Chieri, Torino, fino al XIII secolo quando si formarono Statuti dell’Arte del Fustagno a Milano, a Piacenza e a Cremona, nel XV secolo i Visconti adottarono misure di carattere protezionistico per evitare l’esportazione di filo e prodotti di cotone. Insieme al lino e al cotone era diffuso l’uso della canapa per la produzione di camicie povere, la maggior produzione nel XV secolo, si leggeva sugli Statuti Comunali, apparteneva all’Umbria.

Le camicie erano di varia tipologia, la più comune era a tunica, a girocollo o con collo a V, non strettissima, a maniche comode generalmente senza polsino e lunga appena sopra al ginocchio oppure poteva essere più corta, fino all’inguine, dovuta alla lunghezza delle vesti in quanto non doveva mai essere in vista, le uniche parti da cui si lasciava intravedere la camicia erano dallo scollo e dai polsi.

La camicia maschile o “camisia”, tardo latino, indicava un indumento aderente in modo da consentire scioltezza nel movimento sia che si trattasse di corsa o combattimento; altra comodità erano due piccoli spacchi laterali per agevolare i movimenti a cavallo.

La forma delle camicie era una “T”, scendeva dritta lungo il bacino e la sua una lunghezza variava da mezza coscia all’inguine in base alla lunghezza della veste, con due spacchi laterali; per permettere la vestibilitá aveva un girocollo tondo abbastanza largo  oppore un taglio a “V” fermato da semplici nastri dello stesso tessuto o aperto.

Sopra alle brache si portavano le calze che dovevano essere ben tese e aderenti alla gamba, le calze molli erano sinonimo di disordine e di trascuratezza, infatti nelle rappresentazioni di contadini e lavoratori, gli uomini indossavano quasi sempre calze slacciate e ricadenti a campana o arrotolate e spesso erano bucate sulle ginocchia. L’iconografia quattrocentesca mostra gli uomini di cavalleria con le calze allacciate al farsetto e ben tese.

Quando alla fine del XIV secolo, usanza reintrodotta col la metà XV secolo, le calze lunghe ed aderenti erano di colore differente da una gamba all’altra, visto il bicolore, anche la stoffa tra le calze cambiava, con l’utilizzo di calze dello stesso colore, nella prima parte del Quattrocento italiano, il tessuto era lo stesso, ma differente per appartenenza sociale: quelle dei nobili erano di seta, quelle del popolo comune di tessuto di minor pregio e spesso le calze erano di lana, lavorate ai ferri dalle donne in casa, talora anche suolate, da cui “calze-solate”. Calze, calzebrache, calzebraghe, solitamente di lana, fustagno, lino, seta, si allacciavano alle brache tramite lacci di stoffa o pelle.

Vi erano poi i “calcetti”, simili agli attuali calzettoni usati assieme o al posto delle calzebraghe, erano lunghi fino al ginocchio e si fermavano con lacci di tessuto o di cuoio. Le calze avevano il piede intero oppure un laccio che si adattava sotto la pianta del piede, a volte veniva cucita una suola sotto la parte del piede così diventavano calze solate; erano poco aderenti e si poteva mettere un laccio sotto il ginocchio per renderle più attillate e poi arrotolate su di esso. Erano generalmente fatte a maglia con i ferri e queste si chiamavano nel Quattrocento “calse ad ago”.

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