Sopravveste a maniche corte in giro per l’Italia

L’indumento più importante del guardaroba quattrocentesco era la sopravveste, conosciuta col termine di “pellanda”, nome con cui veniva chiamata nell’Italia Settentrionale mantenendo il suono francese di “houppelande”, sottolineando ancora una volta quella moda oltralpe che tanto piaceva alle donne italiane; il termine, nella seconda metà del secolo, sarà sostituito da “vestito”. Questa tipologia di sopravveste era diffusa in tutt’Italia: a Bologna si trovava con i termini di “veste” o “sacco”, a Rimini era la “pelandra”, in Toscana e a Napoli era la “cioppa” e faceva parte delle cosiddette “roba per il sopra”. Era considerati un capo di grande importanza e, nella prima metà del ‘400, si trovava in genere elencato per primo nei corredi o negli inventari.
La pellanda si riconosceva per l’imponenza della linea, era ampia e maestosa, aderiva al busto per poi allargarsi verso i piedi allungarsi in uno strascico; la vita era piuttosto alta e messa in evidenza da una cintura, in pelle o stoffa, stretta sotto il seno e chiusa creando tante piccole pieghe o “cannelli”.
La sopravveste era realizzata in tessuti pesanti, nei ceti più bassi era diffuso il panno di lana, economico e resistente che solitamente negli inventari era elencato come tessuto a basso prezzo; in Romagna si trovava il panno romagnolo lavorato approssimativamente, ma robusto, in Sicilia vi era l’orbace un panno grossolano. Nelle classi più agiate erano diffusi tessuti pregiati come damascato, broccato, seta, velluto finemente decorati tant’e che a Perugia, per esempio, vi era una legge suntuaria del 1445 che vietava sopravvesti fatte di stoffe intessute d’oro o d’argento, di broccato d’oro e d’argento e addirittura di seta o di velluto.
La pellanda poteva essere completamente foderata o bordata di pelliccia, decorata con affrappature, galloni, liste e perle o pietre o anche decorazioni in metallo attorno lo scollo o anche lungo i bordi.
Tali indumenti si trovavano realizzati con varie tipologie di maniche, ampie e fluenti a tromba o lunghe ad ala, talvolta aperte frontalmente, anche strette a tubo o addirittura corte. Quelle a maniche corte erano semplici e comode.
Sopravvesti a maniche corte si trovavano in tutt’Italia.

Al NORD sono visibili negli affreschi dei Giochi Borromeo che si trovano nel secondo cortile dell’omonimo palazzo a Milano, in una sala al piano terreno.
Il ciclo, realizzato tra il 1445 e il 1450, faceva parte di un imponente sistema decorativo voluto da Vitaliano Borromeo, che comprendeva una serie di affreschi disposti sia all’interno delle singole stanze che all’esterno, lungo il porticato. Entrando ed oltrepassando l’androne dal soffitto ligneo, si entra nella corte d’onore, che è la parte meglio conservata del palazzo. All’interno del palazzo si può ancora osservare il ciclo di affreschi dei giochi Borromeo, attribuiti da alcuni studiosi a Michelino da Besozzo.

Il Gioco dei Tarocchi

Il Gioco dei Tarocchi

 

Il Gioco della Palla

Il Gioco della Palla

A Vimercate, in frazione Oreno, si trovano alcuni dei più significativi edifici storici del territorio comunale tra cui il quattrocentesco Casino di caccia Borromeo; la sala, con camino monumentale, presenta notevoli affreschi che offrono interessanti scene di vita quattrocentesca sul tema della caccia.
L’ampio ciclo di affreschi, realizzato verso il 1450, decora la sala al primo piano con scene di caccia e personaggi rappresentati in giardino in eleganti pellande.
Le figurazioni sono la testimonianza di un genere di pittura di carattere profano che dovette godere di particolare fortuna nella Lombardia di quel tempo e al quale appartengono anche i Giochi affrescati nell’antico palazzo Borromeo a Milano.

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Il Museo della Collegiata di Santa Maria Assunta a Castell’Arquato in provincia di Piacenza, nel quale si accede dal sagrato antistante la facciata della chiesa, attraversando il chiostro databile tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, ospita argenterie e arredi sacri, dipinti, sculture, mobili, codici di questo periodo.
Di questo periodo appunto si trova, attribuito ad un pittore settentrionale, la “Madonna in trono con il Bambino è una devota”, un affresco staccato e riportato su telaio tamburato proveniente dal Chiostro della Sagra.

 

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Al CENTRO, realizzato dal Maestro dell’Osservanza, si trova la “Natività della Vergine”, una tempera su tavola presso il Museo diocesano di Asciano collocata oggi a Siena nel Palazzo Squarcialupi. Di questo polittico databile al 1430 e il 1433 si legge nell’Enciclopedia dell’Arte Garzanti “Il Maestro dell’Osservanza arricchisce la tradizione gotica senese di notazioni naturalistiche minuziose e vivaci scandite in un’atmosfera dorata”.
L’autore raffigura nell’opera numerosi dettagli di vita quotidiana in un ambiente domestico della Siena di allora. La scena principale mostra Sant’Anna che ha appena partorito, mentre si sta riposando in un letto coi cassoni, una donna, che scosta la tenda attorno al letto, le porta dell’acqua per lavarsi le mani in un bacile, ed altre due si stanno occupando della bambina, lavandola in una tinozza e avvolgendola in panni puliti e scaldati al fuoco del camino; un’altra donna sta portando qualcosa da mangiare.
La donna in piedi a lato del letto indossa una cioppa rossa foderata in pelliccia stretta sotto al seno da una cintura in cuoio.
Sullo sfondo, attraverso una porta, si vede un giardino con un pozzo, un albero e due aiuole fiorite, la donna sulla porta indossa un’elegante cioppa a maniche corte impreziosita da una lavorazione che ha per motivo il melograno, tipico del Quattrocento italiano.

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Al SUD, nella San Giovanni a Carbonara, presso la Cappella Caracciolo del Sole a Napoli si trova la “Natività della Vergine”, databile al 1440, di Leonardo da Besozzo, pittore italiano del XV secolo figlio di Michelino da Besozzo.
Trasferitosi a Napoli, realizza l’opera collocata sopra la porta d’ingresso della cappella, accompagnata dall’iscrizione «Leonardus de Bissuccio de Mediolano hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit».
Nel dipinto della ”Natività” si potrebbe riconoscere ritratto il personaggo di Caterina Filangieri moglie del Sergianni Caracciolo del Sole, abbigliata con una splendida cioppa di broccato con le maniche dai risvolti di pelliccia.
Anna Delle Foglie, in “La cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara”, scrive della donna che indossa una veste bianca lavorata in argento, di un bianco splendente “per il motivo damascato che la decora e per il contrasto cromatico dell’inserto di pelliccia sulla sopraveste color verde bosco”.

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Veste in tessuto damascato color panna impreziosita da bottoni in metallo dorato che stringono la manica dal gomito al polso,  pellanda in tessuto damascato dorato, orlata in pelliccia con decorazioni sullo scollo in metallo, fermata sotto il seno da una cintura in stoffa.

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